PFC by Giulia Marrone

Prima di leggere dovete sapere ed essere consapevoli che questa che segue non è una semplice intervista. È un manifesto. Un breve manifesto sovversivo che inneggia alla libertà, alla voglia di vivere, alla potente rivoluzione di essere se stessi.

È un sabato mattina di settembre. L’abbronzatura inizia a scappare per lasciare spazio al tipico grigio milano. Quel colore che racconta la città fintamente stressata e autenticamente produttiva, dove succedono cose e si incontrano persone. Fa ancora caldo, braccia e gambe scoperte denunciano la voglia di non cedere e godersi fino all’ultimo il sole e le vacanze, magari quelle cerebrali. Poi ci sono gli esseri umani che l’estate ce l’hanno nella testa. “Summer is a state of mind”, tanto per iniziare a non avere confini e farvi capire che su questo blog si accetta tutto, si capiscono linguaggi diversi, non si impongono stereotipi e si è anche un po’ stronzi, se stronzo vuol dire prendersi il lusso di dire come la pensi e cosa non ti piace.

In tarda mattinata, perché elogiare la lentezza non è peccato, incontro Pier Francesco Caliari al Deus ex Machina, posto fighetto ma che ci piace perché ha i divani comodi e i tavoli all’aperto.

Chi è Pier Francesco Caliari? Potremmo fare un quiz e trovare tanti aggettivi quanti quei famosissimi fagioli nel barattolo di vetro di Raffaella Carrà. E ogni persona che è entrata in contatto, o ha solo sfiorato, Piffi (c’è chi lo chiama anche così) potrebbe attribuirgliene almeno 5. Tre pessimi e due accettabili. Perché il soggetto in questione è chiacchieratissimo, sempre. Odiatissimo, spesso. Apprezzatissimo, q.b..

“Giù, mi intervisti tu per il mio blog?”, mi chiede qualche giorno prima. “Ok, anche se potrei scrivere senza domandare troppo. Ma qualche curiosità ce l’ho”, rispondo.

Dunque chi è Pier Francesco Caliari? Anzi chi sei?

“Mah, come faccio a definirmi. È un compito che spetta agli altri. Io posso solo dire che ho sempre cercato di essere me stesso. Di divertirmi. Di fare cose con tantissimo entusiasmo. Mi definisco istituzionale con brio. Odio prendermi troppo sul serio. Il peggior nemico sul lavoro e nella vita privata è l’inconsistenza. Ecco.”

Vabbè, allora iniziamo con la verità e con quello che in molti pensano. Fiat, Juventus, Ducati, Confindustria ANCMA: tutti nomi importanti. C’è chi dice che sei sempre stato un raccomandato e che la carriera non è solo farina del tuo sacco. È vero?

“Ecco sfatiamo questa leggenda. Io ho sempre mandato un curriculum e poi sono stato valutato in base alle capacità e alla professionalità. Ho lavorato in aziende importanti, aspirazionali direi, e il motore di tutto è sempre stato la passione. Sacrificio e passione. Visione e ostinazione. Nessuno mi ha regalato nulla. E quello che ho fatto, nel bene e nel male, è rimasto. In Ducati, nel 2000, inventammo il Monster Beach Party e ancora oggi se ne parla, ad esempio”.

A proposito di motori, le moto: dove quando e perché arrivano nella tua vita?

“Mio padre, dopo aver avuto un incidente, odiava le moto. Quindi erano tabù. Io invece fin da ragazzino impazzivo per il fuoristrada. Avevo una Vespa e a Sassello, in Liguria, la trattavo come avesse ruote alte e ammortizzatori fantastici. Avevo il collettore distrutto sempre. Mi piaceva la sensazione di libertà che solo le due ruote ti sanno dare. E poi al cuore non si comanda e ho lasciato crescere la passione, amando follemente prima il Gilera 125, poi la Monster 600, il TMax, la 883, la Dyna, la Softail Slim e ora la mia BMW”

Insomma una moto per ogni stagione. Così come c’è una moto per ogni occasione.

“E per ogni persona. Ognuno ha il proprio linguaggio, il proprio modo di esprimersi. Anni fa quando facemmo per EICMA la campagna “Se hai una moto hai una storia da raccontare” e fu molto apprezzata, il significato era proprio questo. Ritorniamo alle radici, alla libertà, alla semplicità, alla capacità di sentirsi parte di qualcosa con la propria individualità. Il fenomeno della customizzazione e tutto il fermento che crea vuol dire che la gente ha voglia di essere protagonista della propria vita, di avere uno spazio da condividere. E io aggiungo magari senza prendersi troppo sul serio, che è meglio! Spesso scimmiottiamo gli americani, quando siamo il Paese più bello e fantasioso del mondo”.

Quindi alla Route 66 potresti contrapporre un viaggio in solitaria Milano-Palermo e ritorno e quale sarebbe la tua colonna sonora?

“Una zebra a pois, Romagna mia…una canzone della tradizione per ogni Regione. Così come una bella sosta per mangiare quello che il territorio propone. Forse per troppo tempo abbiamo scambiato la semplicità per banalità e abbiamo cercato di complicarci l’esistenza perdendo di vista la realtà e l’ironia”.

Dopo istituzionale con brio, gaudente con semplicità. L’altra faccia della medaglia. A proposito di realtà, veniamo alla domanda più ovvia: perché un blog? E perché un blog che non parli di fatti ma di persone?

“Perché voglio raccontare gli esseri umani senza un secondo fine come spesso accade sul lavoro. Su questo blog, democratico e laico, parleranno persone con cognizione di causa. La gente parla senza conoscere e senza sapere. Si danno giudizi sommari e si generano opinioni senza fondamento. E io detesto questo approccio. Conosco bene il mondo delle motociclette e ci sono personalità che si dovrebbero ascoltare per ore. Quindi condividerò il mio piacere personale con chi vorrà scoprire curiosità, aneddoti, storie”.

Per concludere, visto che tu hai chiesto a me di intervistarti, io chiedo a te di rispondere a un dubbio sollevato, tempo fa, da una PR di vecchia data. Ma quando hai deciso di lavorare insieme e di sviluppare il nuovo corso di EICMA, l’hai fatto perché ho gli occhi azzurri? Sai, è l’unica cosa che con l’età non invecchia e non cambia…vorrei avere la certezza di continuare a lavorare per tutta la vita.

“Naturalmente per gli occhi azzurri”.

 

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